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GROTTA ZINZULUSA: UN VERO SCRIGNO NATURALE

 

Lungo le coste del litorale salentino, a Castro Marina, dove le rocce si fanno alte e profondamente incise da ampie falesie, si apre la maestosa volta di grotta Zinzulusa, una delle più importanti manifestazioni carsiche del Mediterraneo.

La grande bocca di grotta Zinzulusa si apre con un imponente arco naturale proteso sul mare, dalla cui volta pendono brandelli dell’antica breccia ossifera e fitti fasci di stalattiti, simili ad enormi stracci, zinzuli nel dialetto locale: proprio da questi ultimi deriva il nome di grotta Zinzulusa che, letteralmente, significa la stracciona.

Fu scoperta nel 1793 dall’ultimo vescovo di Castro, Monsignor Francesco Antonio Del Duca, il quale la battezzò con evidente spirito classicheggiante “tempio di Minerva” per le alte stalagmiti e le complesse concrezioni che gli avevano fatto credere di trovarsi al cospetto di antiche colonne e statue inglobate nella crosta stalagmitica.

Molto più tardi, a partire dal 1922 e sino al 1958, la grotta diviene oggetto di numerose visite, esplorazioni e pubblicazioni scientifiche riguardanti i suoi diversi aspetti storici, geologici, etnologici e biologici.

La formazione della grotta, avvenuta a seguito di intensi processi di erosione marina che interessarono l’intera Penisola Salentina, è ricondotta al periodo del Pliocene (Tirreniano). Si articola in tre parti geomorfologicamente distinte: la prima, che si estende dall’ampio ingresso sino alla cripta, è scavata in calcari compatti dell’Eocene e risulta caratterizzata da una grande varietà di stalattiti e stalagmiti; in questa prima parte si rinviene la prima importante manifestazione idrologica “La Conca”.

La seconda parte, che va dalla Cripta sino all’ampia cavità chiamata “Duomo”, mostra una tipica morfologia erosiva risalente al Cretacico; questa zona rappresenta certamente la parte più appariscente del tratto emerso della grotta in cui risultano, molto evidenti, gli esiti dell’intensa azione erosiva delle acque sotterranee.

Infine, la parte terminale, anch’essa ricavata in rocce cretaciche, ospita le acque limpidissime del “Cocito” la cui natura anchialina è dimostrata dalla evidente stratificazione tra una lente superficiale più fredda e dolce ed un livello sottostante più caldo e salmastro. In questo specchio d’acqua vivono la Thyphlocaris salentina, una specie di gamberetto privo di occhi e pigmentazioni, e la Spelaeomysis bottazzii, misidaceo dalle antenne poligeminate; entrambi questi crostacei, dei veri e propri fossili viventi, hanno milioni d’anni e non hanno subito alcun processo evolutivo in quanto protetti nella grotta, dai mutamenti subiti dall’ambiente esterno.

Nel corso di recenti ricerche viene scoperto un nuovo percorso, lungo circa 110 metri, completamente sommerso, con direzione NW oltre il sifone del Cocito e, dato certamente più interessante, vengono portate alla luce un’ampia varietà di sedimenti, stalattiti, stalagmiti ed un’eccezionale fauna acquatica sotterranea.

Da un punto di vista biologico la grotta Zinzulusa risulta caratterizzata da una elevata ricchezza specifica, con oltre 60 specie note, la maggior parte delle quali endemiche e stigobionti, di antico insediamento nei sistemi sotterranei pugliesi.

L’interesse suscitato dalla Zinzulusa non si limita, però, al solo aspetto biologico ma anche al rinvenimento di numerosi resti di manufatti appartenenti all’ampio orizzonte culturale che spazia dal Paleolitico Medio all’età romana a prova dell’antica e regolare frequentazione della grotta da parte dell’uomo.

… il potere suggestionante di questo capolavoro naturale, è talmente forte che non può essere semplicemente narrato!

 

 
 
 

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